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Le frodi alimentari
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imperatrice2

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MessaggioInviato: Ven Ott 17, 10:25:26 Rispondi citando

La frode alimentare
SCHEDA

• Cosa si intende per frode alimentare? Con l’espressione “frode alimentare” ci si riferisce ad una pluralità di condotte illecite volte alla “adulterazione”, “alterazione”, “contraffazione”, “sofisticazione” dei prodotti alimentari.
• Cosa si intende per prodotto alimentare? Per prodotto alimentare si intende qualsiasi materia solida, liquida o gassosa destinata all’alimentazione.
• Cosa si intende per “adulterazione” di un prodotto alimentare? L’adulterazione consiste nella variazione, non dichiarata, dei componenti di un prodotto alimentare: è il caso, ad esempio, dell’olio d’oliva misto ad olio di semi che viene, però, immesso sul mercato come olio d’oliva puro al 100%.
• Cosa si intende per “alterazione” di un prodotto alimentare? L’alterazione consiste nella modifica, spesso dovuta ad una inadeguata conservazione, della composizione del prodotto alimentare, tale da intaccare le caratteristiche nutrizionali dello stesso: è il caso, ad esempio, del caffè a cui viene aggiunto un additivo al fine di renderlo più aromatico.
• Cosa si intende per “contraffazione” di un prodotto alimentare? La contraffazione consiste nell’azione fraudolenta finalizzata a far apparire un prodotto alimentare dotato di caratteristiche diverse da quelle che possiede realmente: è il caso, ad esempio, della commercializzazione del sidro come moscato d’uva.
• Cosa si intende per “sofisticazione” di un prodotto alimentare? La sofisticazione consiste nell’operazione fraudolenta che si attua sostituendo alcuni ingredienti del prodotto alimentare con altri di minor pregio: è il caso, ad esempio, del caffè sostituito con caffè d’orzo.
• Quali sono le principali norme di riferimento in materia di frode alimentare? Il codice penale punisce l’avvelenamento, l’adulterazione e la contraffazione di acque o di sostanze alimentari, nonchè il commercio di acque o di sostanze alimentari contraffatte, adulterate, se idonee a provocare uno stato di pericolo per la pubblica salute (artt. 439, 440 e 442). Vengono altresì puniti la frode in commercio e la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine (artt. 515 e 516). Accanto alle norme del codice penale si colloca la legge 24 novembre 1962, n. 283, inerente la disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande.
• Cosa può fare il consumatore? In linea generale, il consumatore deve, per evitare brutte sorprese, leggere attentamente le etichette riportate sui prodotti alimentari, cosicché ogni suo acquisto sia dettato da una scelta, oltre che libera, consapevole ed informata. Da ultimo e se necessario, il consumatore può, rivolgersi alle associazioni di categoria e alle autorità competenti (Comando Carabinieri Politiche Agricole, Guardia di Finanza, Aziende Sanitarie Locali, ecc.)

1 - La fattispecie della frode alimentare

Con l’espressione “frode alimentare” ci si riferisce ad una pluralità di condotte illecite volte alla “adulterazione”, “sofisticazione”, “contraffazione”, “alterazione” dei prodotti alimentari.
L’ “adulterazione” consiste nell’operazione attraverso la quale un prodotto alimentare viene privato di una componente utile in relazione alla sua efficacia nutritiva, ovvero l’operazione con la quale ad esso viene aggiunta una sostanza di scarso valore al fine di aumentarne il peso o il volume (es. olio d’oliva misto ad olio di semi ma immesso sul mercato come olio d’oliva puro al 100%).
La “sofisticazione”, invece, si configura come un’operazione fraudolenta attraverso cui il prodotto alimentare viene sostituito in alcuni suoi ingredienti e trattato in modo da renderlo più “attraente” o simile ad altri prodotti più pregiati e, conseguentemente, più costosi (es. sostituzione del caffè normale con caffè d’orzo).
La “contraffazione” si delinea nei casi in cui il prodotto alimentare viene presentato e dichiarato con caratteristiche di un prodotto più pregiato (es. commercializzazione di sidro al posto del moscato d’uva).
Si intende, infine, con il termine “alterazione”, la modifica, spesso dovuta ad inadeguata conservazione, della composizione del prodotto che intacca le caratteristiche nutrizionali dello stesso (es. aggiunta al caffè di un additivo).
Il reato di frode alimentare viene altresì integrato dal riutilizzo di prodotti alimentari già destinati ad altri usi come, ad esempio, nel caso della vendita del latte in polvere destinato all’alimentazione degli animali come prodotto idoneo all’alimentazione umana.

2 - Quadro normativo

Occorre, innanzitutto, puntualizzare che il complesso di norme esistenti in tema di repressione della frode alimentare è quanto mai variegato e che il sistema sanzionatorio attuale si articola su diversi livelli.
Il primo livello riguarda la disciplina prevista dagli artt. 439, 440, 442, 444, 515, 516 e 517 del codice penale; il secondo, la legge n. 283 del 1962, inerente la disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari; il terzo, infine, le normative specifiche di settore, destinate a regolare la composizione e a prescrivere le modalità di conservazione di determinati prodotti alimentari.
Ponendo l’attenzione sul primo dei tre livelli sopra illustrati, particolare importanza assumono le norme del codice penale dedicate ai “delitti di comune pericolo mediante frode” che, concepite per la tutela degli interessi dei consumatori, garantiscono l’affidamento di questi nella genuinità, integrità, purezza dei prodotti alimentari. Si tratta di un complesso di disposizioni che punisce le condotte di alterazione e di contraffazione di sostanze alimentari idonee a produrre rischi per la collettività.
In particolare, l’art. 439 del codice penale punisce l’avvelenamento di acque o di sostanze destinate all’alimentazione con la reclusione non inferiore a quindici anni. Se dal fatto deriva la morte di una o più persone, la pena è quella dell’ergastolo. Con la reclusione da tre a dieci anni è punita, invece, secondo quanto previsto dall’art. 440 del codice penale, l’adulterazione ovvero la contraffazione di sostanze alimentari se pericolose per la salute pubblica.
Soggiace alle stesse pene chi detiene per il commercio, pone in commercio, o distribuisce per il consumo acque, sostanze o cose che sono state da altri avvelenate, corrotte, adulterate o contraffatte in modo pericoloso alla salute pubblica. Si tenga presente che la condotta vietata si configura anche per il solo fatto di esporre sostanze alimentari pericolose.
Il codice penale punisce, poi, le condotte idonee a ledere i diritti contrattuali e patrimoniali del consumatore. In questa prospettiva si collocano le disposizioni sulla frode nell’esercizio del commercio e sulla vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine di cui agli artt. 515 e 516 del codice penale.
Con l’espressione “frode nell’esercizio del commercio” ci si riferisce ai casi in cui nell’esercizio di un’attività commerciale, si consegna all’acquirente una cosa per un’altra, o diversa per origine, provenienza, qualità e quantità, da quella dichiarata o pattuita. Pertanto la frode in commercio si realizza nella condotta dell’esercente che consegni prosciutto crudo non di Parma al richiedente prosciutto di Parma, la cui denominazione d’origine è riservata dall’art. 1 della legge n. 26 del 13 febbraio 1990 esclusivamente a prodotti aventi determinate caratteristiche e prerogative, sia merceologiche, sia formali (Cass. pen., 17 maggio 2001, n. 23008).
La pena prevista per la frode in commercio è la reclusione fino a due anni ovvero la multa fino a euro 2.065.
La giurisprudenza ha, poi, precisato che la generica offerta in vendita o la semplice detenzione per la vendita, consistente, ad esempio, nella esposizione sui banchi di vendita di prodotti alimentari scaduti, per esserne stata alterata o sostituita sulle confezioni l’originale indicazione del termine minimo di conservazione, costituisce tentativo di frode in commercio, indipedentemente da ogni rapporto con l’acquirente (Cass. pen., 4 ottobre 2001, n. 42920; Cass. pen., 3 novembre 1999, n. 14161). Il tentativo di frode in commercio sarebbe configurabile anche nell’ambito dell’attività di ristorazione, nel caso in cui siano impiegati prodotti surgelati, non solo quando venga omessa l’indicazione di tale tipo di alimenti nella lista delle pietanze ma anche quando la loro indicazione sia fatta con caratteri molto piccoli, in modo da sfuggire all’attenzione della clientela (Cass. pen., 1° ottobre 1999, n. 12204; Cass. pen., 31 gennaio 2002, n. 10145).
Da ultimo, la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine è punita con la reclusione fino a sei mesi ovvero con la multa fino a euro 1.032. La giurisprudenza ha precisato che per sostanza alimentare non genuina deve intendersi quella che non contiene le sostanze o i quantitativi previsti ovvero quella che contiene additivi non consentiti (Cass. pen., 18 ottobre 1995, n. 11090, nel caso di specie si è ravvisata la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine nella condotta di chi pone in vendita salsiccia fresca di carne suina che poi risulta contenere carne bovina).
Accanto alle disposizioni contenute nel codice penale si colloca la legislazione speciale il cui testo più importante è tuttora la legge 24 novembre 1962, n. 283, inerente la disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande. A differenza delle norme del codice penale le disposizioni di questa legge sanzionano violazioni concernenti la genuinità, l’integrità e la purezza dei prodotti alimentari.
In particolare, questa legge assoggetta “a vigilanza per la tutela della salute la produzione e il commercio delle sostanze destinate all’alimentazione”, prevede ispezioni e prelievi di campioni per accertarne la rispondenza ai requisiti fissati dalla legge da affidarsi a soggetti che, scelti tra il personale sanitario o tecnico, sono qualificati ufficiali o agenti di polizia giudiziaria (artt. 1, 3, e 4). La legge n. 283 detta, poi, prescrizioni concernenti l’esercizio di stabilimenti, laboratori di produzione, preparazione e confezionamento, nonchè di depositi all’ingrosso di sostanze alimentari, subordinandolo ad autorizzazione sanitaria; vieta la preparazione, la vendita, la detenzione per vendere, la somministrazione, la distribuzione per il consumo di sostanze alimentari non genuine, in cattivo stato di conservazione, con cariche microbiche superiori a limiti predeterminati, insudiciate, invase da parassiti, arricchite con additivi chimici non autorizzati, contenenti residui di prodotti usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo (art. 5). Infine, la legge n. 283 statuisce sulle indicazioni da riportarsi sulle confezioni o sulle etichette dei prodotti alimentari (art. 8); sulla presentazione e pubblicità improprie o ingannevoli “tali da sorprendere la buona fede o da indurre gli acquirenti circa la natura, sostanza, qualità o le proprietà nutritive delle sostanze alimentari”, nonchè sulla offerta in vendita, in qualsiasi modo eseguita, di “sostanze di qualsiasi natura atte ad adulterare e contraffare alimenti e bevande” (art. 13). In particolare, quest’ultimo articolo “tutela la buona fede del consumatore, volendosi evitare che le scelte di questi siano in qualche modo influenzate da una rappresentazione della realtà non veritiera, ovvero comunque tale da indurlo ad acquistare prodotti che, in assenza di quel particolare messaggio pubblicitario, non avrebbe acquistato” (Cass. pen., 12 giugno 1998, n. 10410, nel caso di specie si trattava di alcuni depliant pubblicitari che, contrariamente al vero, attribuivano proprietà terapeutiche a delle bevande commercializzate in erboristeria).
Secondo il testo originario della legge, la violazione delle prescrizioni contenute nella legge n. 283 costituiva illecito penale e il contravventore soggiaceva alla pena dell’arresto o dell’ammenda. Successivamente, con il decreto legislativo n. 507 del 30 dicembre 1999, concernente la “Depenalizzazione dei reati minori e riforma del sistema sanzionatorio”, il legislatore ha trasformato, salvo talune eccezioni, le sanzioni penali in sanzioni di natura amministrativa.

3 - Casi peculiari

Le ipotesi più frequenti di frodi alimentari a danno dei consumatori si realizzano attraverso false dichiarazioni in merito alla provenienza, alla qualità, alla composizione e alle caratteristiche di un prodotto alimentare; attraverso indicazioni ingannevoli ed insidiose, atte a magnificare indebitamente un prodotto alimentare e le sue caratteristiche; attraverso la mancata corrispondenza degli ingredienti dichiarati (realizzata attraverso l’assenza o il minor contenuto di quelli di pregio); attraverso la mancata elencazione degli ingredienti “indesiderati” (es. conservanti) o di minor valore (es. olii di diversa natura); attraverso “manipolazioni” della data di scadenza o di preferibile consumo. Sotto questo aspetto, analizzando le relazioni dell’Ispettorato centrale repressione frodi sull’attività e i controlli svolti annualmente, è possibile tracciare un quadro generale delle frodi alimentari che si registrano nel nostro Paese con maggior frequenza. Fra le altre, si segnalano le frodi riguardanti:
• vini: si vendono come DOC, DOCG vini comuni e si utilizzano aromi per nascondere il gusto di vini scadenti, trucioli di legno per dare il sapore di “barrique”, lo zucchero per elevare il grado alcolico;
• formaggi: si rileva la presenza di latte vaccino in formaggi dichiarati di bufala, pecora o capra, nonchè l’impiego di grassi idrogenati nella fabbricazione del burro, di mozzarelle ed di altri formaggi freschi;
• pasta: nella fabbricazione della pasta si ricorre all’utilizzo di semolato ovvero di grano tenero invece che del più pregiato grano duro;
• riso: si riscontrano dichiarazioni in etichetta di varietà non corrispondenti all’effettivo contenuto;
• uova: si dichiara il falso sulla data di scadenza, di deposizione o di imballaggio. L’Istituto centrale repressione frodi ha riscontrato, infatti, casi di postdatazione delle confezioni, ma anche di mancato confezionamento delle uova entro i termini previsti: condotte che consentono di fatto di commercializzare uova di qualche giorno come appena deposte;
• prodotti biologici: si commercializzano prodotti biologici sprovvisti della documentazione attestante l’origine ed il metodo di produzione.
Specifica regolamentazione ha ricevuto, con il regolamento (CE) n. 1019/2002 del 13 giugno 2002, la commercializzazione dell’olio d’oliva. Il regolamento ha stabilito nuove regole per l’etichettatura degli olii d’oliva venduti al consumatore finale, direttamente o come ingredienti di altri prodotti alimentari. In particolare, le disposizioni sul confezionamento dell’olio devono garantire la tutela della salute del consumatore al momento dell’acquisto, sottraendolo al rischio, sempre più frequente, di vendita sfusa di olio senza etichette. Spesso infatti l’olio viene miscelato ad olii di qualità inferiore o ad altre sostanze, ovvero prodotto senza osservare le norme igieniche essenziali.
E’ opportuno altresì richiamare la particolare disciplina prevista dal D.P.R. 24 maggio 1988 n. 236 per le acque destinate al consumo umano. Tale decreto, che ha dato attuazione alla direttiva 80/778/CEE, stabilisce i requisiti di qualità delle acque destinate al consumo umano per la tutela della salute pubblica e per il miglioramento delle condizioni di vita ed introduce misure finalizzate a garantire la difesa delle risorse idriche.
Per ciò che attiene ai riferimenti giurisprudenziali in materia di frode alimentare, un’ulteriore fonte di riferimento è rappresentata dalla pubblicazione da parte del Ministero della salute, nel 2004, delle sentenze su frodi e sofisticazioni alimentari passate in giudicato. Questa pubblicazione riflette un obbligo stabilito dall’art. 8 della legge 7 agosto 1986, n. 462, riguardante “Misure urgenti in materia di prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari”, che prevede la pubblicazione periodica da parte del Ministero della salute dell’elenco delle ditte commerciali e dei produttori che abbiano riportato condanne con sentenza passata in giudicato.

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